MOSTRE TRASCORSE 2016

"Uno squarcio nel muro"

 

 

dipinti di:

Antje Tesche-Mentzen, Berta Maria Reetz, Beti Cotic,

Birgit Bohmert, Carlotta Fortuna, Christiane Klan,

Irmfried Windbichler, Karlheinz Beer, Leda Martari,

Margherita Mauro, Maria Galati, Mirko Celegato,

 

 

PALAZZO ALBRIZZI

 

2 gennaio - 29 febbraio 2016

INGRESSO LIBERO

Orario: dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00

Festivi chiuso

"Omaggio ad heinrich von Kleist"

Britta Winkels

Mostra di pittura a Palazzo Albrizzi

“Tratti-ritratti” ci parlano di Heinrich von Kleist

 

“Gli occhi sono lo specchio dell’anima” - afferma Leonardo da Vinci, cercando di leggere nel volto umano caratteri che rivelano quel mondo interiore indagato dagli artisti di ogni tempo. Alla ricerca dell’essenza, si è voluto leggere sul volto l’espressione dell’anima.

 

Paul Klee dice nei suoi “Diari”: “Il mio compito non è quello di rendere i tratti estetici (ciò che si ottiene anche con una fotografia), ma di penetrare nell’intimo”. Il pittore riesce infatti ad imprimere al ritratto, con il suo pennello, la vivida energia che emana da uno sguardo che entra in sintonia con l’occhio dell’osservatore. Il ritratto, uno dei più antichi generi pittorici, nasce dall’illusione di realizzare un sogno di immortalità, nel tentativo di contrastare l’avanzare del tempo.

Per quanto nell’Ottocento la fotografia avesse tolto al ritratto alcune funzioni tradizionali, la ritrattistica neoclassica, accanto a quella romantica, mantiene inalterato il favore presso diverse classi sociali. Ma il capitolo più moderno della ritrattistica ottocentesca resta pur sempre il ritratto “fisiologico” da Francisco Goya a William Hogarth a Téodore Gericault. Nella seconda metà del secolo, gli Impressionisti, considerando fredda la “posa” nella sua artificiosità, evidenziarono il carattere e la fisionomia del modello. Sarà l’Espressionismo, con l’esasperata deformazione lineare dei volti di Munch e le ‘devastazioni fisiognomiche’ di Van Gogh a tradurre nel modo più drammatico e definitivo la sofferenza interiore di un mondo sull’orlo di un baratro”.

 

Nel Novecento i concetti espressi da Freud nella sua “Interpretazione dei sogni” fanno prevedere un’inevitabile traslazione della fisiognomica nella psicologia. Questa entra nell’arte quale chiave di lettura per l’analisi introspettiva del soggetto ritratto, da parte dell’artefice dell’opera. Indagando la psiche attraverso lo studio del volto, l’arte moderna può riportare una realtà non visibile a schemi noti: il ritratto viene interpretato seguendo una linea evolutiva che va dalla fisiognomica alla psicologia e alla psicanalisi. La tavolozza diventa codice di comprensione dell’io ed il ritratto una finestra aperta sull’inconscio.

 

Nella serie di ritratti dedicati ad Heinrich von Kleist in questa Mostra, la pittrice tedesca Britta Winkels riprende il disegno a gessetto realizzato nel 1806 da Wilhelmine von Zenge, che si riallaccia al periodo neoclassico per la bellezza composta, ponderata, regolare dei lineamenti del poeta ritratto, esprimente un rigore esteriore che corrisponde a un rigore interiore. E’ l’ideale del virtuoso, pervaso da un’aura classica morale. Il bel volto di Kleist, giovanissimo, su cui aleggia l’ombra di un mesto sorriso che gli sfiora le labbra serrate in un atteggiamento quasi infantile, sembra cercare un dialogo con l’osservatore.

 

Mettiamolo ora a confronto con l’immagine concepita dalla Winkels. La tecnica pittorica adottata dall’artista, per l’indefinibilità dei contorni, colloca i lavori al di fuori della realtà, assegnandogli un posto nell’immaginazione di chi li osserva. C’è bisogno di uno sforzo interiore per riappropriarsi di dettagli anche minimi che segnano gradualmente lo sviluppo creativo. Osservando i ritratti qui esposti, sembra che il volto di Heinrich von Kleist, riproposto in chiave contemporanea, lo sguardo rivolto a destra, esprima timore, anzi paura di manifestarsi rivelando la sua fredda presenza, accentuata dall’utilizzo della gamma degli azzurri: l’austero Blu di Prussia che s’impone all’Azzurro d’Oltremare; l’Azzurro “Radiografico”, che dona all’esecuzione una pregnanza vigorosa e, quasi come in Novalis, inazzurra la tela, sfidando le tonalità del verde, cui la pittrice conferisce l’attributo di “Verde van Gogh”, “Verde Chirurgo”, “Verde Laguna” o “Verde Selva”, generati dalle sue emozioni di fronte ad un’opera d’arte o alla natura. Vi si associa il “Bianco Apocalittico“ delle pietre di Venezia, il “Rosso Tintoretto” e la gamma dei grigi.

 

Anche per la Winkels la rappresentazione del volto come specchio dell’anima è importante chiave di identificazione di ogni umana parvenza. Il ritratto diventa momento di riflessione esistenziale attraverso l’analisi del carattere individuale e personale e del mutamento storico di ogni concetto soggettivo.

 

La pittrice ha realizzato queste opere nel 2010/2011 per dare continuità alla sua ricerca sul volto umano, un lavoro che si protrae da anni. Partendo dall’immagine sopra descritta di Kleist, l’artista ha elaborato una serie di ritratti, raffigurati nella stessa posa e nel loro specchiarsi. Essi si sviluppano in formato assai diverso, come se l’occhio cogliesse lo stesso volto da distanze diverse. Sono dipinti su tele che hanno avuto altra vita, altra storia, già usate a copertura di un palcoscenico teatrale. Su queste tele si attanaglia l’inafferrabile volto di Kleist: identità fluttuante, che si traduce in segni e gesti nell’aperto processo pittorico e in ritratti ipotetici che a loro volta si trasformano in altri, in un continuum.

 

La Mostra è dedicata ad Heinrich von Kleist (1777 - 1811), che visse e scrisse le sue opere a cavallo fra il ‘700 e l’800. Egli è stato poeta e drammaturgo fra i più grandi della letteratura tedesca. Tra le sue opere teatrali più importanti Penthesilea, Kätchen von Heilbronn, Prinz von Homburg, Tra i racconti e romanzi: Die Marquise von O., der Erdbeben in Chili, Michael Kohlhaas e la commedia: Der Zerbrochene Krug.

 

Kleist è certamente uno dei massimi esponenti del Romanticismo. Non ci permettiamo perciò di trattare sommariamente una figura così importante sotto il profilo psicologico e storico-letterario alla quale verranno dedicate, nel corso di questa mostra, conferenze e la proiezione di una serie di film ispirati alle sue opere. Verrà presentato pure il DVD del 1980 “Il sogno del melograno”, Balletto liberamente tratto dalla Penthesilea da un’idea di Nevia Capello con la coreografia di Luciana De Fanti.

 

La mostra è aperta al pubblico nei giorni feriali dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18 fino al 31 gennaio.

ANTICHI TAPPETI PERSIANI e CAUCASICI

 

 

SCHEHERAZAD

 

organizza una grande mostra

di tappeti persiani e caucasici di grande bellezza e rarità

 

a PALAZZO ALBRIZZI

dal 6 al 20 febbraio 2016

 

INGRESSO LIBERO

 

Indirizzo: Palazzo Albrizzi

Venezia - Cannaregio 4118

tel. 041 522 54 75

Venezia

GOETHEZEIT IN SILHOUETTEN

Goethezeit in Silhouetten

L'apertura della mostra è prorogata 

al 10 maggio 2016

 

INGRESSO LIBERO

ORARIO 10:00-13:00 / 15:00-18:00

 

Dal pathos all’eros: percorsi di linguaggio in Goethe

 

Nel 1986 un gruppo di letterati operanti nel Museo di Düsseldorf propose la “Italienische Reise” di Wolfgang von Goethe quale tema di una mostra a Venezia.

 

Fra i lavori esposti alla Fondazione Cini non si allineavano soltanto le opere di Goethe ed i volumi di saggistica e di critica letteraria, ma anche testimonianze del quotidiano, uno spaccato della moda dell’epoca, il carteggio di Goethe ed i suoi rapporti con i contemporanei.

 

Prendendo a modello il lavoro di questo Istituto per uno studio approfondito sull’autore, abbiamo ideato un progetto che illustri l’epoca di Goethe attraverso l’Arte delle Silhouette nel XVIII secolo. Le immagini esposte sono attinte da una collezione privata, precisamente dalla raccolta “Die Goethezeit in Silhouetten”, cioè “L’epoca di Goethe in Silhouette” con 70 figure collezionate ed edite da Hans Timotheus Kroeber agli inizi del ‘900.

 

Partendo dalla Francia, nella seconda metà del secolo XVIII, l’arte della “nere sagome” attraversò l’Europa. Inizialmente, in Germania, i “nuclei d’ombra”, “Schattenrisse”, non furono sempre accolti con entusiasmo.  Fino allora, appannaggio dei circoli abbienti, era stata l’arte magistrale del ritratto, particolarmente costosa: la nobiltà guardò sulle prime con critico distacco quest’arte di tutti e per tutti.

 

Caroline von Hessen ritagliava ed inviava delle silhouette alla principessa Amalia di Prussia, deprezzandone la grama esecuzione, che avrebbe spiegato anche il nuovo nome di un’occupazione tanto poco dispendiosa con cui impiegare il tempo libero.

 

Al Ministro delle Finanze francese, Etienne de Silhouette, si deve il nome di quest’arte. La sua passione per le silhouette, con cui  decorava le pareti delle sale del suo castello, fu giudicata segno di tirchieria. Ma intanto quest’arte, fra gli anni ’60 e ’80 raggiungeva in Germania il suo acme, concentrandosi soprattutto alla Corte di Weimar, a Dessau, Gotha e Berlino.

 

Lo stesso Goethe, ritagliava e disegnava magistralmente le silhouette. Le persone venivano per lo più riprodotte di profilo o in grandezza naturale. I soggetti trattati andavano dalla famiglia principesca, con la cerchia di amici ed ospiti, alla servitù. Ognuno era esperto in quest’arte e non c’era straniero di passaggio, che la sera non avesse lasciato il suo segno alla parete (…) (Goethe, La campagna di Francia).

 

I contorni erano nella maggior parte dei casi marcati con l’inchiostro di china; le figure ritagliate e incollate su uno sfondo di carta bianca per rafforzarne l’effetto di contrasto.

Più abilità richiedeva il tracciato delle ombre che andavano ritagliate, e venivano manipolate con zelo nei salotti. Accanto a semplici lavori dilettanteschi, emersero le silhouette di alcuni maestri delle forbici: Jean Huber (1721-1786) entusiasmò gli appassionati con le sue rappresentazioni caricaturali di Voltaire. Chrisitane Luise Düttenhofer (1778-1829) sbalordì con le sue scene di maniera e di fiaba, nonché con un ritratto di Mörike. Filippo Runge (1777-1810) richiamò l’attenzione del pubblico con raffigurazioni di piante al naturale stampate in bianco su nero.

 

Anche Goethe cercò di cimentarsi con le forbici e ci ha lasciato figure di notevole qualità. Mentre i motivi venivano prima disegnati, ben pochi dominavano con spontaneità l’arte delle Silhouette e raggiungevano effetti prospettici con fogli di carta sovrapposti. Più tardi Goethe prese le distanze da questo gioco artefatto, non sentendosene corresponsabile …(Goethe, Campagna di Francia).  Egli era riuscito alla fine a liberarsi dall’ambiente di Weimar. Le “Römische Elegien” attestano l’emancipazione personale di Goethe dai limiti delle relazioni tedesche. Come già accennato nel palindromo “ROMA-AMOR”, le Elegie di Goethe evocano esperienze di vita sia degli antichi, sia del popolo romano: parlano dello stile di vita mediterraneo, liberatorio, ricco di piacere e di sensualità. Non è il tormento d’amore, ma quello del distacco da Roma a procurare a Goethe un profondo dolore. 

 

Mentre Schiller nelle sue “Horen” esaltava l’opera di Goethe, la libertà espressiva dell’“Erotica Romana” sollevava nei contemporanei uno scandalo: una reazione facilmente comprensibile in una società che si dichiarava incorrotta serrandosi nella fissità della silhouette. Sulla scena che l’aveva vista nascere, dove chiarezza ed oscurità erano rese compatibili, la rappresentazione del movimento si manifestava in essa in sequenze staccate, per esclusione della continuità. Di fronte e di profilo, la silhoutte stava per: “in quiete e in movimento”, entrambi effigiati però da rappresentazioni statiche, ovvero da una rappresentazione statica che provoca, sdoppiandosi, una rappresentazione estatica. Pathos come estasi aveva sperimentato Goethe a Weimar, prima del viaggio in Italia.

 

Solo a Roma il poeta aveva conosciuto l’eros.

 

Lasciando scorrere lo sguardo su più ampi orizzonti, Goethe ripudiava ad un tempo il suo passato ed anche il mondo ingessato delle silhouette, ben comprendendo però che esse erano parte di un’area intermedia fra l’immagine e un linguaggio per lui ormai estraniante.

 

Venezia, 1 marzo 2016                                                                             Nevia Pizzul-Capello

Presidente dell’Associazione Culturale

Italo-Tedesca di Venezia

   

VIA! Fotografia di strada da Amburgo a Palermo

DIECI FOTOGRAFI: PROSPETTIVE DIVERSE

 

“Via!”, 

in mostra dal 7 maggio a Palazzo Albrizzi a Venezia, è il risultato di un progetto fotografico iniziato nel 2014 dal Goethe-Institut. Dieci fotografi, cinque in Germania e cinque in Italia, nell’arco di un anno hanno fotografato le proprie città secondo i canoni della fotografia di strada. Creato e definito dalle opere di Henri Cartier-Bresson, Elliot Erwitt, Robert Frank o Alex Webb, questo genere vive della spontaneità dell’attimo fuggente. Il suo carattere situativo è conseguenza della consapevole rinuncia a influenzare attivamente la situazione di scatto, eliminando, dunque, la scelta del momento, della prospettiva e del taglio dell’immagine.

Le 32 immagini in mostra sono state scattate da Amburgo a Palermo, attraverso Berlino, Napoli, Augusta, Treviso, Bologna e tante altre città tedesche e italiane.

Dalle diverse prospettive dei dieci fotografi è nata una collezione di scatti di momenti spontanei della vita quotidiana. Alcune foto, astratte dal posto in cui sono state scattate, posseggono una forza espressiva universale. In altre, i dettagli architettonici, la luce o l’atteggiamento delle persone raffigurate lasciano degli indizi sul luogo di scatto. 

Piene di humor, scurrili, toccanti, enigmatiche o disorientanti, le fotografie dischiudono le significative caratteristiche geografiche, sociali e culturali delle singole regioni.

La squadra dei fotografi di “Via!” è composta per la Germania, dal curatore Fabian Schreyer („The Street Collective“) di Augsburg, dal membro di „In-Public“ Siegfried Hansen di Amburgo, dal fotografo berlinese Guido Steenkamp, da Marga van den Meydenberg, fotografa olandese a Berlino, così come dal membro di “Observe” Michael “Monty” May di Iserlohn. L’Italia è rappresentata da Umberto Verdoliva („Street Photographers“, „SPontanea“) di Treviso, Mary Cimetta di Bologna e Stefano Mirabella di Roma (entrambi „SPontanea“) così come Michele Liberti („EyeGoBananas Collective“) di Napoli e il palermitano Giorgio Scalici.

 

Blog:                                                                         blog.goethe.de/via

 

Curatore:                                                                Fabian Schreyer,  info@shootingcandid.com

 

Referente per il Goethe Institut:                            Christina Hasenau,               

 

                                                                                Christina.Hasenau@Rom.goethe.org         

 

 

 

 

 

La mostra rimarrà aperta fino al 28 maggio 2016.

 

Orario d'apertura: 10:00-13:00/15:00-18:00 tutti i giorni. Festivi chiuso

 

INGRESO LIBERO